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INTERAZIONI.

Artificiale: dal latino “artificium, ii” (‘arte’, ‘professione’, ‘artificio’, e anche ‘astuzia’, ‘inganno’), da “artifex, ficis” (‘artefice’, ‘artista’, ‘creatore’, ‘autore’).


 Nel mondo delle arti, l’artista ha una possibilità peculiare: egli può creare qualcosa e assegnargli un significato solo quando l’opera è terminata. A proposito delle sue sculture, Jean Arp (1886-1966) diceva: <<ciascuno di questi corpi ha un significato preciso, ma è soltanto quando sento di non poter cambiare più nulla che decido cosa ciascuno significhi, ed è solo allora che gli do un nome>>. Mi interessa ora valutare alcune implicazioni e conseguenze desumibili da questa frase, trascurando l’eventuale contenuto provocatorio.
Innanzitutto appare chiara la possibilità operativa di separare molto nettamente la realizzazione pratica (ossia la definizione di una sintassi personale) dalla attribuzione di senso. Inoltre è immediato pensare a una molteplicità di significati (che sono tutti egualmente leciti), e quindi ad una scelta.
Con i ready-made di Duchamp siamo di fronte a un caso molto diverso: con essi Duchamp affermò la non necessarietà della definizione di un linguaggio personale, dimostrando che era ancora possibile fare arte ricca di senso. L’opera d’arte viene ad essere costituita dal solo significato, che si esprime attraverso la capacità dell’artista di invitare a riflettere. Provocazione e riflessione. L’attività riflessiva si impone come unico elemento fondamentale, sia dell’arte che della vita.
In entrambi i casi l’attribuzione di significato è posticipata. Tale possibilità non è ovviamente presente nel linguaggio comune, né nei linguaggi per computer: tuttavia nei linguaggi per computer e nei sistemi formali (e nell’arte, anche) è possibile tenere separati sintassi e semantica, e ridefinire la semantica lasciando inalterata la sintassi. Nessun uomo potrebbe fare altrettanto col suo linguaggio naturale, perché (1) tendiamo a confondere i nomi col loro significato, e (2) sintassi e semantica delle parole sono nelle nostre teste troppo rigidamente collegate. C’è in questo senso una forte vicinanza tra linguaggi artistici e linguaggi informatici.

Ora, applichiamo al mondo dell’arte una schematizzazione di origine informatica (il ragionamento che segue è soltanto formale).
 
 




Supponiamo di considerare il mondo V dell’artista X, da intendere nel senso di mondo psicologico privato di un individuo (cioè l’insieme delle sue paure, emozioni, conoscenze, ecc.) così come viene visto dall’esterno, cioè da chi osserva, attraverso il linguaggio (si può anche intendere V come il “mondo interiore” di cui parla Kandinsky).
Quindi facciamo corrispondere a V il mondo M della macchina T; all’opera d’arte Oi un programma Pi in un linguaggio A di alto livello (dotato di caratteristiche di portabilità). Pi viene interpretato da un programma interprete opportuno (oppure viene compilato):
 
 

X  ------  T
V  ------  M
Oi  ------  Pi




Allo stesso modo possiamo pensare ad un automa interprete (umano o no) che analizza un’opera d’arte O1, la spiega in modo comprensibile, e come output definisce un mondo V1 (con V1 sottoinsieme di V, se tutto funziona bene). Analizzando O2, O3, …, On otterremo V2, V3, …, Vn, e attraverso la loro unione, un’approssimazione di V :  V'=V1UV2UVn. Formalmente, supponendo d’avere costruito V’, si può pensare che qualsiasi entità (umana o automatica) operante su V’ possa costruire un insieme di opere { O1’, O2’,…, On’ } in cui X si possa confortevolmente riconoscere. In questa costruzione è necessario, per evidenti ragioni, prescindere da ogni abilità tecnica o manuale. Ciononostante, il valore delle opere “costruibili” con tale procedimento non risulta intaccato: basterà ricordarsi delle osservazioni di Duchamp.
Consideriamo ora l’ambiente operativo di un sistema informatico. Qui abbiamo un’entità esterna (un programmatore) che scrive un programma in un linguaggio A: spetta al programma interprete tradurre le frasi di A in frasi comprensibili alla macchina. Supponiamo ora di voler osservare il mondo M (cioè il corrispettivo di V):  se l’osservazione di V ci consentiva di entrare in contatto con la dolcezza, le ossessioni, la cultura di X, l’osservazione di M ci deve porre di fronte a qualcosa di corrispondente. Non è sensato attribuire sentimenti ad una macchina, ma è tuttavia lecito attribuire significati poetico - artistici alle forme con cui ci appare il mondo M, così come si fa di solito con V. Perché non pensare ad una “poesia meccanica” osservando un determinato listato in linguaggio macchina ? Perché non attribuire un valore estetico a certe sequenze di 0 e di 1 ? E che dire della loro precisione, della loro densità di senso ? Si tratta di peculiarità della macchina (l’individuo, in questo caso): sono riuscite espressioni del proprio essere macchina.
Inoltre, in entrambi i casi (individuo-uomo, individuo-macchina), cambiando interpretazione (o computer, per analogia), a partire dalla stessa opera Oi (o programma Pi) si arriva ad un mondo differente W al posto di V (o N al posto di M). Ciò è l’espressione della molteplicità di significati che si rendono disponibili ad esempio con un metodo di lavoro come quello di Arp. Più precisamente, in questo caso tale molteplicità è una conseguenza della netta separazione tra sintassi e semantica, e della possibilità di ridefinire i legami semantici dei simboli. Quindi: nuove interazioni tra simboli, significati, metodi operativi. Conseguentemente siamo di fronte ad una abbondanza di possibilità di senso, ma la confusione non è una necessaria conseguenza: infatti, la molteplicità di percorsi interpretativi può costituire un più alto valore artistico, come accade ad esempio in P.Greenaway, dove assume la forma di un raffinato gioco intellettuale.
Il parallelo suggerito in precedenza trova un autorevole sostegno filosofico nel lavoro di Charles Morris (1901-1979), utile anche come fondamento epistemologico della teoria dei linguaggi di programmazione. Morris pone la semiotica come base per lo studio non solo del linguaggio ma di tutti i comportamenti umani (Arte compresa, naturalmente). La teoria semiotica di Morris, divisa in sintassi, semantica e pragmatica, è applicabile in senso quasi letterale anche all’universo informatico: in particolare tutti gli aspetti di efficienza, flessibilità, facilità di utilizzo del sistema informatico sono sussunti nella pragmatica di Morris, che può essere pertanto considerato un precursore della moderna teoria dei linguaggi di programmazione.
In conclusione, le opere (d’arte) fondate sulla frase di J. Arp esposta in apertura d’articolo e quelle di un compilatore possono essere posti, per molti aspetti, sullo stesso piano. Chi dei due trae il maggiore onore da questo parallelismo ? A mio avviso, J. Arp: infatti, mentre una macchina non può essere interessata a nulla che riguardi Arp, quest’ultimo invece acquisisce automaticamente – per analogia – il rigore che caratterizza il lavoro dell’automa.
 

Auf un passo -
E là passa un'auto.
Una unione.

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