Ryoji Ikeda live: datamatics
(photos (c) by wilbertbaan, from a performance in Amsterdam, 2006)
Trascrivo questa recensione che avevo scritto per linjat qualche tempo fa (11 agosto).
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Alcune impressioni a caldo sulla performance di Ikeda al Recombinant Media Lab di San Francisco (che risiede allo stesso indirizzo della Asphodel), tenutosi poche ore fa.
Il locale e’ bello. Sala spartana, capacita’ un centinaio di persone sedute. Un grande schermo centrale di fronte al pubblico, due minacciosi speaker ai lati dello schermo e altri ai lati della sala, vicinissimo alle persone. Prima dell’inizio della performance, ci viene detto che sono disponibili tappi per le orecchie al di fuori della sala.
Si inizia. Buio totale. La intro e’ un pezzo di elettronica violenta con un ritmo molto marcato, e pertanto in qualche modo prevedibile. Suoni di basso sinusoidale con attacchi pesantissimi e un “click” marcatissimo. Il volume e’ alto da scuotere le membra ed il pavimento, ed i pattern ritmici si intrecciano in fretta, complicandosi con click di sapore elettrostatico (tale e’ la loro forza) che sembrano dover distruggere l’impianto. E’ buio pesto per tutta la durata del brano, e la mia sensazione e’ che l’impianto stia per esplodermi in faccia. Trascinante (in senso dance), ma quasi pauroso.
5 minuti di pausa ed incomincia datamatics. Un flusso di linee inizia a scorrere sullo schermo. Numeri si aggiungono. Il flusso inizialmente e’ monodimensionale, poi resta monodimensionale ma cambia direzione e consistenza, e poi si complica con ulteriori dimensioni. Il suono sincronizzato fluisce perfettamente, cresce, si ferma, riparte in modo violento, diventa ritmo e spazio. Come timbrica, il suono ricalca il CD, dataplex: bisogna però immaginarlo arricchito dell’ambiente e della compressione di una sala chiusa.
Da subito ho l’idea che il filmato sia necessario per apprezzare appieno questo lavoro. Ovviamente perfetto formalmente, esso colpisce per come riesca ad esprimere la poesia delle macchine, la bellezza degli oggetti che viaggiano al loro interno, e la loro possibilità . Oggetti concreti, che Ikeda ci fa osservare ed esplorare. Si vede un piano bidimensionale fluttuare in uno spazio tridimensionale. Su di esso, punti bianchi equidistanti. Sembrano “solo” punti sul piano. Poi emergono delle linee grigrie, ad interconnettere i punti. All’improvviso nasce lo schema di un paesagggio urbano, o cosi’ sembra a me. Un significato? Troppo riduttivo. La possibilita’ di un significato, allora. Una poesia. Cangiante come una rotazione geometrica. Emozionante come gli infiniti modi di mettere in ordine i contenuti finiti. Vengono in mente gli spazi mentali di Ballard. Un infinito misterioso perche’ cosi’ poco e’ stato esplorato. Non e’ lo spazio cosmico esplorato della NASA | ESA, ma lo spazio dei dati che noi stessi abbiamo scritto.
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